Rinascere con l’Arte – Sergio Nannicola

 

Testimoniare la propria identità

Massimo Bignardi

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Il libro “Rinascere conl’Arte” è disponibile sul sito di Gutenberg Edizioni, nella Libreria Internazionale Hoepli di Milano e Libreria Polarville Via Castello L’Aquila, al costo di 18 €.

 

La città è il tema centrale di questo libro che ricostruisce la oltre trentennale esperienza artistica di Sergio Nannicola, restituendoci una traccia che, dalla metà degli anni Settanta, arriva fino ad oggi. È una sequenza di sguardi e di momenti operativi diversi, di proiezioni immaginative e di interferenze linguistiche che si fa testimonianza di una dichiarata necessità di identità, propria ad una misura esistenziale del lavoro dell’artista aquilano. Sergio ha chiamato al suo fianco critici, storici dell’arte, sociologi e, fondamentalmente, amici che hanno condiviso con lui pagine delle sue attuali esperienze, ma soprattutto l’impegno civile quale file rouge indelebile del suo operare nella dimensione ambientale.

Si tratta di un libro, dunque, a più voci che nell’articolazione dei vari contributi, risponde al bisogno dell’artista di dar voce ad un gesto creativo partecipato, in tal senso profondamente intriso di vita. Per Hillman, la città è «indispensabile a Mnemosyne, e alle Muse» perché i suoi luoghi sono registro, documento e memoria, al tempo stesso materia che alimenta l’immaginazione, spingendola oltre la soglia del presente quale espressione del cuore pulsante della civitas. Seguendo questa linea poetica Nannicola ha raccolto il lavoro svolto nel corso di tre decenni, lasciando, al contempo, un largo spazio alle esperienze realizzate all’indomani del terremoto del 2009 che ha distrutto L’Aquila e in particolare il suo centro storico e innumerevoli antichi borghi che le diedero vita, testimoniando, con un chiaro accento diacronico, la battaglia di un popolo e di una città protesi a non disperdere la propria identità. Non è una lettura atemporale dell’“intimo”, sofferto, rapporto con la sua città ferita, lacerata, bensì, come avrebbe detto Calvino, una discussione «ora implicita ora esplicita sulla città moderna», vale a dire sul destino di una città. Nannicola si è formato, come tanti altri artisti della sua generazione, nell’infuocato clima degli anni Settanta: infuocato sia sul piano della crescita del dibattito sociale e politico, segnato da svolte storiche le cui prospettive sono state ‘inghiottite’ nel baratro scavato dagli anni di piombo (rimasti ancora indecifrabili alla storiografia) e dalla profonda crisi ideologica che segna la fine di quel decennio, sia, con spiccato coinvolgimento, su quello delle arti. Un decennio pervaso da nuove aperture, dal distacco con il chiuso circuito dei musei e delle gallerie, che ha contribuito ad aprire il dialogo e il diretto confronto con la città, con i luoghi della vita e delle esperienze. Il suo sguardo va oltre la piana superficie della tela, oltre il corpo della materia, non rinunziando alla qualità di un sapere artistico, vale a dire alla capacità di una pratica creativa che trae dalla conoscenza della storia e delle pratiche che ne hanno segnato le pagine più intense. Nannicola sceglie l’ambiente quale luogo effettivo di nuova creatività; in pratica il territorio sociale dell’uomo contemporaneo che è, ricordavo anni fa, miscela tra natura e artificio, tra idea e gesto, cioè ‘spazio’ di relazioni, quelle che per Hillman sono «i fantasmi della civilizzazione». Lo fa dapprima con il Gruppo Aura, nell’ambito degli interventi di operatività ambientale realizzati in Abruzzo, poi condividendo o collaborando con altri artisti, tra questi Fabio Mauri che affiancherà nella Gran Serata futurista tenutasi presso il Teatro Comunale della città di L’Aquila, nel 1980.

È un modo di rispondere a quella necessità richiamata in apertura e che si proietta, con un rinnovato interesse anche sul piano della sperimentazione di materiali e tecniche diverse, negli eventi di questi nostri anni, battendosi, con gli strumenti e la dialettica dell’arte, affinché la coltre del ‘cemento’ non annullasse per sempre il respiro della storia.

Sergio non lascia campo libero alla distorta visione postmoderna della città e, in primis della sua storia: non accetta la citazione fine a se stessa, evocata come frammento che facilmente si disperde. Riflette sull’attualità degli archetipi, sulla loro viva presenza proiettando ancora lo sguardo alle materie che segnano i lemmi del dizionario della natura: in sostanza accoglie la scrittura come esperienza del molteplice.

Nella sagoma della pianta dell’Aquila, del suo centro antico, con la quale modella i Piatti del cratere, Nannicola ha racchiuso il respiro della civitas, con il suo immenso bagaglio immaginifico.

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