“Pensavamo fosse un ‘Christo’ e invece era altro”

L’Aquila: QUANDO L’ARTE DI REGIME IMPERA

“Pensavamo fosse un ‘Christo’ e invece era altro”

di Sergio Nannicola*

“Pensavamo fosse un ‘Christo’ e invece era altro”

“Pensavamo fosse un ‘Christo’ e invece era altro”

Sinceramente non avrei voluto intervenire nuovamente su questo tema, purtroppo mi sento costretto a farlo in virtù di quello che oramai sembra essere un disegno prestabilito. Si perché in questa città, è oramai assodato, si è sperimentato e si continua a sperimentare un metodo, un modo che serve ad addomesticare le masse al volere supremo. Questa è la realtà sociale, civile e culturale che regna nel cratere in questo delicato frangente storico, in cui tutto sembra essere lecito (in nome del buon fine) tranne la legittimità dei procedimenti usati. Da destra come da sinistra, si rispolvera e si mette in pratica oramai su tutti i fronti “l’esperienza totalitaria” come prassi consolidata. Una “dittatura” di fatto, volta a semplificare i percorsi amministrativi che ne ostacolano i risultati a monte sperati – Veramente non c’è alternativa a questi sistemi?, Veramente vogliamo ricostruire il territorio con metodi antidemocratici?.
Mentre da una parte si cerca di ragionare su forme di partecipazione sociale, civile e culturale, che diano seguito ad una crescita complessiva della città e di chi faticosamente continua a viverla, dall’altra si procede imperterriti con metodi che non hanno né capo né coda, se non la ragione di imporre scelte e idee personali di qualche assessore che si cimenta nell’impresa di turno, mi riferisco in questo caso all’ennesima scultura fatta installare (sempre allo stesso autore) sull’ennesima rotatoria cittadina.

Che le rotatorie all’Aquila siano oggi la panacea di un male che arriva da lontano è tuttavia comprensibile, come è apprezzabile l’idea di renderle esteticamente migliori una volta fatte, ma pur facendo salva anche la grande generosità dell’autore che giudico genuina, e salvata anche la festa, non si capisce perché su ogni spazio pubblico, dico “opera pubblica”! debba necessariamente trovare posto sempre lo stesso nome, manco fosse l’unica presenza attiva del cratere o, il “Christo” della situazione (di cui “ingenuamente” pensavamo fosse l’opera pre-impacchettata sulla rotatoria), davvero non si può più accettare. Dico questo, perché al di là del disvelato linguaggio scultoreo da ventennio fascista o da retorica socialista (che pensavamo di aver superato stilisticamente come produzione artistica da alcuni decenni), qui si vuole sfacciatamente imporre anche un modello monotematico, per non dire totalitario, di arte ambientale in luogo pubblico, senza tener conto (o forse si!) del presente storico che siamo costretti a sopportare. Infatti, non esistendo la benché minima traccia di “concorso” (tra l’altro imposto dalla legge n. 717/1949) che potrebbe attribuire meritatamente la scena all’artista prescelto, in questo caso ci si arroga il diritto a lasciare il proprio segno ai posteri in barba a una qualsiasi normativa democratica che ne riconosce la validità, praticando quindi una cultura strapaesana assecondata dalla solita politica miope e arrogante.

Qualche giorno fa scrivevo sulla necessità di applicare a l’Aquila la “legge n. 717/1949” meglio conosciuta come “legge del due per cento” la cui finalità è quella di abbellire la città, in vista soprattutto della tanto agognata ricostruzione. A circa sessantanni di distanza, quella legge arricchita dalle “linee guida” pubblicate nel 2007 ne hanno adeguato l’applicazione al contemporaneo, indicando esattamente i criteri di selezione delle opere d’arte da inserire in edifici e luoghi pubblici.

La legge (questa sì, di impronta fascista verace, ma in questo caso riconosciuta da tutti come una buona legge), dà la possibilità agli artisti di confrontarsi (alla pari) attraverso un pubblico concorso in cui proporre idee, progetti, opere, destinate agli edifici pubblici e alle opere pubbliche più in generale, in via di realizzazione o di “interventi di ristrutturazione edilizia” comportanti demolizione e ricostruzione, sul territorio comunale, provinciale, regionale.

L’ART. 1 infatti recita: <<Le amministrazioni dello Stato, anche con ordinamento autonomo, nonché le regioni, le province, i comuni e tutti gli altri enti pubblici, che provvedano all’esecuzione di nuove costruzioni di edifici pubblici ed alla ricostruzione di edifici pubblici distrutti per cause di guerra, devono destinare all’abbellimento di essi mediante opere d’arte una quota non inferiore al 2 per cento della spesa totale prevista nel progetto>>

Sulla base dell’accantonamento del due per cento del costo complessivo degli edifici, come di altre strutture e infrastrutture, rotatorie, parcheggi, parchi pubblici, ecc., le amministrazioni pubbliche devono avviare una progettazione che vede insieme ingegneri, architetti e artisti, pena la non collaudabilità dell’opera pubblica.

E’ su questa base che gli artisti intendono ripartire a l’Aquila, proponendo progetti condivisi, filtrati da ragionamenti e analisi di ampie vedute, e soprattutto da una selezione pubblica che garantisca loro risorse ed equità di trattamento. E’ possibile fare questo?

In Italia, sono diverse le Amministrazioni Comunali che hanno ritenuto opportuno applicare la “Legge 717/49” indicendo concorsi che hanno prodotto risultati di elevata qualità artistica. Questa rinnovata tendenza nasce dalle recenti modifiche apportate alla legge che la rendono funzionale all’esperienza della ricerca artistica contemporanea, le cui opere possono essere progettate specificatamente per i luoghi prescelti. Legge, che pone sullo stesso piano con medesime responsabilità, ognuno per le sue competenze, ingegneri, architetti, artisti, dove questi ultimi operano con pari dignità professionale.

Vista quindi l’idea liberale dell’arte che da sempre anima gli artisti, si invitano tutte le istituzioni pubbliche di questo territorio a praticare la strada della democrazia culturale applicando la procedura evidenziata. Diversamente, ci troveremmo nostro malgrado e con grande amarezza a dover rivendicare anche a sinistra (nel caso dell’Aquila) tale valore, il quale badate bene, non è un valore aggiunto alla democrazia ma la democrazia stessa.

L’Aquila, 20.10.2010 – *Artista e docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera

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One thought on ““Pensavamo fosse un ‘Christo’ e invece era altro”

  1. sollecitato su fb seppur con poco tempo ho dato una letta. oltre che essere pienamente d’accordo (i concorsi, questi sconosciuti… se non in rarissimi casi – in verità stò giusto lavorando sull’unico attivo in città, in scadenza proprio in questi giorni!), dirò di più: le rotatorie avrebbero bisogno di concorsi anche per le questioni SPAZIALI (e dunque proprie della architettura) che a l’aquila dimenticano di affrontare. insomma, no alle rotatorie come spazi persi in cui posizionare la statua di marmo, sì a riflessioni più profonde in cui siano chiamati a collaborare architetti ed artisti in competizione con altri gruppi similmente composti. se questi errori sono stati già fatti altrove, perché ricominciare daccapo!??

    p.s. basta farsi un giro per qualche città europea. barcellona l’ha da una quindicina d’anni. barcellona, mare nostrum.

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