La città negata

La città negata

“Le macerie e la cintura di castità sulla città storica”.

di Sergio Nannicola*


Le macerie a l’Aquila in questo momento oltre ad essere la spina nel fianco dei commissari addetti alla ricostruzione, e dei cittadini per altri motivi, rischiano di diventare una vera e propria ossessione per tutti. Perché, se il terremoto è stato vissuto come dramma e si è risolto amaramente in una manciata di secondi, le macerie che ci ha lasciato potrebbero accompagnarci ancora per molto tempo in una discussione senza fine.

In questi ultimi anni la politica governativa ha sviluppato e assecondato l’attitudine al calcolo statistico e probabilistico in maniera esponenziale su tutti i fronti della società civile, ricorrendo a questo espediente oramai in ogni occasione della nostra vita per ammansire e contrastare qualsiasi assalto velleitario degli avversari, con il rischio però di perdere il contatto con la realtà e cadere sulla classica buccia di banana.Dico questo perché Il mirabolante calcolo stimato in milioni di tonnellate di macerie, ci sta facendo girare la testa e non solo quella. La stima per quanto fatta da esperti del settore, non tiene conto delle variabili dei materiali recuperabili, e tutto ciò è riferito al peso e non al volume. Cosa vuol dire?… sarebbe come mettere a confronto un quintale di piume e un quintale di oro, il rapporto quindi viene da se, se si considera il peso e non la sostanza, chi vuol capire capisca.

La differenza di valore dipende quindi dal punto di vista da cui si osserva il problema. Proprio partendo dal concetto di punto di vista, possiamo vedere un problema o individuare una soluzione, oppure immaginare qualcos’altro.

Il problema è sotto gli occhi di tutti, la soluzione la dobbiamo solo assecondare. Da questa angolazione il recupero e la selezione dei materiali di risulta dei crolli è solo un passaggio obbligato, vuoi perché l’Aquila è una città storica, vuoi perché, il materiale in questione è indispensabile per il restauro delle sue Case, dei suoi Palazzi, delle sue Chiese (vedi : “Salviamo le pietre dell’Aquila” lettera aperta inviata il 15 aprile 2009 al Sindaco e al Presidente della Provincia de l’Aquila).
Detto questo, il mirabolante calcolo di tonnellate di macerie si riduce drasticamente, perché ciò che rimane sarà la minima parte del tutto.

Sarebbe quindi utile, più che opportuno, iniziare da subito a liberare le piazze e le strade da quei materiali ingombranti e facilmente removibili che soffocano e danneggiano ulteriormente i monumenti (la foto allegata non ha bisogno di commenti). Così facendo si ottengono spazi preziosi per stipare ordinatamente in loco le pietre lavorate, mattoni, coppi e pietrame di varia pezzatura. Il materiale in eccesso di minore qualità può essere stoccato altrove. In ogni caso, quello che si recupera con queste operazioni è di fatto materiale già pronto per essere riutilizzato. Nonostante il buio pesto su questo fronte, qualcuno ha comunque provato a raccogliere alla meno peggio i resti sotto casa (vedi foto); incentiviamo queste iniziative.

Infine, se dovessero avanzare ancora pietre, con un pizzico di creatività potremmo erigere nella campagna aquilana o sugli altipiani, muretti a secco per edificare quei labirinti mentali e materiali in cui ci siamo persi.

La città negata “Le macerie e la cintura di castità sulla città storica”

La salvaguardia del nostro patrimonio storico e artistico passa quindi anche nella consapevolezza di queste piccole azioni preventive, azioni semplici che hanno però una duplice valenza, evitare la dispersione del la materia prima, di cui sono costituite le nostre case, ed evitare lo sperpero dei soldi pubblici.    Inoltre, questo significa anche partecipazione e interazione dei cittadini con l’amministrazione comunale, significa ricostruzione certa perché voluta , potremmo scoprirci persino parte attiva nel processo di ricostruzione e finalmente vivi in una città dall’aspetto cimiteriale.
Significherebbe infine riprendersi le chiavi di quella cintura di castità che qualcuno sta provando a mettere sulle nostre menti e sulla città storica, e questo francamente non lo possiamo permettere.
*Artista e docente all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano

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